Ci sono persone che entrano in un box per allenarsi. E poi ci sono persone che ci entrano per respirare. Per sentirsi vive. Per ricordare a se stesse, ogni singolo giorno, che il proprio corpo non è un limite… ma una battaglia da onorare.
Lucia, per tutti semplicemente Cia, è una di quelle anime che non passano inosservate. Di quelle che quando parlano riescono a lasciarti qualcosa addosso.
Perché dietro al sorriso, all’energia contagiosa e alla luce che porta dentro ogni allenamento, si nasconde una storia fatta di difficoltà vere, ostacoli quotidiani e una forza mentale fuori dal comune.
Convive dalla nascita con la fibrosi cistica, una patologia genetica che mette costantemente alla prova il suo corpo, il suo respiro, la sua quotidianità. Eppure, anziché lasciare che fosse la malattia a definirla, Lucia ha scelto di fare qualcosa di molto più potente: trasformarla in carburante.
Nel CrossFit® non ha trovato soltanto uno sport. Ha trovato una famiglia. Una terapia. Una forma di libertà. Ha trovato il luogo in cui smettere di sentirsi “quella con dei limiti” e iniziare finalmente a sentirsi semplicemente sé stessa.
Perché Cia non è solo una ragazza che si allena nonostante tutto.
È il simbolo di cosa significhi guardare in faccia le proprie fragilità e decidere, comunque, di combattere. Di sorridere. Di presentarsi ogni giorno sul floor con il cuore pieno e la voglia di dare tutto ciò che ha.
Questa non è solo la storia di un’atleta. È la storia di una donna straordinaria che ha scelto di vivere con intensità ogni singolo respiro.
Ed è impossibile leggerla senza fermarsi, anche solo per un momento, a riflettere su quanto spesso dimentichiamo la fortuna nascosta nelle cose più semplici.

Intervista a Lucia Dimola
1. Chi è Lucia oggi, fuori e dentro il box? Raccontaci da dove vieni, il tuo percorso con la fibrosi cistica e il momento in cui il CrossFit® è entrato nella tua vita, cambiando tutto.
Ciao community! Sono Lucia, ma tutti mi conoscono come Cia!
Nascevo il 16 maggio del ’91 e vengo trasportata d’urgenza in sala operatoria per ileo da meconio. Quando il tappo intestinale che viene espulso post nascita rimane intrappolato, è probabile si abbia una diagnosi di fibrosi cistica.
Si tratta di una patologia genetica ereditaria: c’è un portatore sano inconsapevole ogni 25 persone. Il difetto genetico parte dal canale del cloro: ognuno nel DNA ha due “rubinetti” che erogano cloro. I miei genitori ne hanno uno aperto e uno chiuso… io ho ereditato i due rubinetti chiusi.
Quando nel corpo non c’è cloro, il muco che ricopre tutti gli organi interni diventa denso e disidratato: un parco giochi per germi, batteri e infezioni.
Coinvolgendo anche il pancreas, alcuni di noi sviluppano il diabete (io l’ho “vinto” a 14 anni).
Per far funzionare l’intestino prendiamo circa 30 pastiglie al giorno e, per far funzionare i polmoni, facciamo estenuanti sedute di fisioterapia respiratoria per staccare il muco infetto ed espellerlo.
Lo sport, quindi, diventa medicina. Ed è qui che, dopo svariati sport che mi obbligavo a fare solo per la salute, incontro il CrossFit® come corso nella palestra dove praticavo boxe e sala pesi.
Provo una classe: sono scarsa, però mi piace.
Poi arriva il Covid e interrompe tutto.
Quando il virus è stato debellato, ho provato a cercare un box affiliato e da lì ho trovato una famiglia, non solo lo sport più bello che io abbia mai provato.

2. Dici spesso che il CrossFit® ti ha salvato la vita. Se dovessi spiegare quando hai capito che non era più “solo sport”, ma qualcosa di molto più profondo… qual è stato quel momento?
La community del CrossFit® non la trovi da nessun’altra parte. Io ho fatto danza, pattinaggio, studio tuttora recitazione da quando ho 6 anni… ma quel legame lì non l’ho mai trovato in nessun altro ambiente.
E la cosa figa è che ovunque vai, il mood è lo stesso. Mi sono allenata in vacanza in vari box e quel cuore batte all’unisono ovunque ci sia questo sport.
Mi sono innamorata del fatto che potevo sfidare me stessa, con i miei mezzi.
Non so se esiste un altro sport adattabile a patologie ed età come questo, ma è proprio ciò che lo rende davvero alla portata di tutti… anche per quelli come me che respirano con il 35% di capacità polmonare.
3. Il CrossFit® viene spesso percepito come uno sport estremo. Tu lo vivi con una condizione che limita il respiro: cosa succede davvero quando inizi un workout? In cosa la tua esperienza è diversa da quella di un atleta “sano”?
All’inizio il CrossFit® mi faceva schiantare a 300 km/h contro un muro. Vedevo nella caparbietà degli altri l’impossibilità di misurare la mia.
Il non respirare non ti dà la possibilità di capire quanto puoi impegnarti di più o quanto il tuo limite fisico non dipenda da te.
Un’amica, dopo l’ennesimo mio pianto/lamentela, mi gelò dicendomi:
“Smetti di andarci. Per stare così a ogni fine WOD, piantala lì.”
Mi svegliò dal buco che mi ero scavata da sola e, con un sonoro “c*l c*zzo”, ho cambiato mood e prospettiva, riuscendo finalmente a godermelo al 100%.

4. Allenarti con una capacità respiratoria ridotta cambia completamente il modo di affrontare ogni WOD. Qual è la cosa più difficile da gestire… e quella che invece ti ha resa più forte, dentro e fuori dal box?
Gestire thruster, devil press e burpees è davvero complicato.
Ma i miei coach adattano le rep in base alla mia condizione in quel momento: avere il 35% di capacità polmonare sotto antibiotico è differente rispetto a quando non sono sotto antibiotico… soprattutto per quanto riguarda il recupero.
Continuo ad odiare i thruster e ad amare la sbarra, ma si sopravvive a tutto 😂
Mi piace anche gioire dei successi dei miei compagni; quando entra qualcuno di nuovo, spronarlo… i successi degli altri sono un po’ anche i miei.
Sul floor gara, poi, io ne sono esclusa perché non esiste una categoria adaptive per le patologie polmonari, quindi quando vedo i miei compagni in gara mi sembra di esserci un po’ anch’io.
5. Hai detto: “Io non sono la mia malattia, io sono Lucia”. Quanto è difficile, nella vita e nello sport, non farsi definire da quello che stai vivendo?
È difficile non farsi definire dalla patologia, soprattutto se, come me, si decide di rinunciare alla propria privacy per fare la testimonial di una condizione che ti accompagna ogni singolo attimo della giornata da tutta la vita.
Penso però che non tutti vedano prima la patologia: c’è chi vede la persona, la sua resilienza, e considera la malattia solo come un effetto collaterale con cui convivere.
Spesso ho visto persone sane che non hanno mai viaggiato, avuto un hobby o non si sono mai innamorate di uno sport, trovare la voglia di alzarsi dal divano traendo spunto dalla mia storia.
Questo mi fa sentire che il lavoro che faccio non è sprecato.

6. Attraverso il CrossFit® racconti anche qualcosa che spesso non si vede. Secondo te, qual è il più grande fraintendimento che le persone hanno quando guardano qualcuno con una malattia “invisibile”?
Il problema di avere una patologia invisibile è che è anche invisibilizzante. Le persone non hanno la percezione reale di ciò che non si vede.
Se una persona mi vede in giro per strada o uscire dalla mia macchina parcheggiata in uno stallo per persone con disabilità, spesso mi prende a male parole.
Perché mica si vede il mio 40% di capacità polmonare, i miei 52 cm di colon in meno, il mio pancreas atrofizzato, le mie 3 ore di tosse giornaliere o la febbricola.
E se non lo vedi, non lo percepisci… e giudichi.
Per questo mi piace parlarne, mi piace che mi facciano domande, mi piace ragionare insieme a chi ha la mente aperta e la curiosità negli occhi.
7. Hai mai avuto paura che il CrossFit® potesse essere “troppo” per il tuo corpo? E cosa ti ha fatto scegliere di continuare comunque?
Ho avuto paura di non essere all’altezza del CrossFit®. Ho avuto paura di essere troppo ambiziosa.
Non sono sicura fosse solo per la patologia, ma anche perché effettivamente io non eccello in nulla: dalla scuola ai vari sport.
Sono sempre stata una persona mediocre, poco competitiva.
Poi ho capito che contro il CrossFit® c’erano solo le mie credenze caratteriali limitanti, che era la mia testa lo scoglio e non i miei polmoni.
Quando ho capito che la sfida era con me stessa e non con il mondo intorno, l’ho guardato negli occhi e gli ho promesso che non mi sarei arresa.
Che non mi importava essere la migliore in assoluto, ma la miglior versione di me stessa.
Mi ha fatto così bene all’anima che consiglio una lezione di CrossFit® a tutti e, infatti, ne parlo sempre.
Mi sono allenata nella palestra del reparto di fibrosi cistica del Gaslini durante i ricoveri, portandomi un box per i box jump e adattando i WOD.
Prima o poi ci trascino pure i miei dottori a provare 😉
Grazie alla community ho iniziato questo viaggio, che spero mi porti ancora lontano, ma sempre più vicino a quello che sognavo di essere da bambina: uno spunto di riflessione su ciò che conta davvero… come respirare!

Grazie, Cia.
Per averci ricordato quanto sia potente ogni singolo respiro.
La storia di Lucia ci ricorda che la vera forza non si misura nei chili sollevati, nei tempi segnati sul timer o nella posizione finale di una classifica.
Si misura nella capacità di presentarsi ogni giorno, nonostante tutto, e scegliere comunque di lottare, sorridere e dare il massimo.
Cia è la dimostrazione vivente che i limiti più grandi non sono sempre quelli che si vedono, e che anche quando il corpo impone ostacoli enormi, la volontà può continuare a spingerti ben oltre ciò che immagini possibile.
Da parte di tutta la redazione, vogliamo ringraziare Lucia per essersi raccontata con una sincerità e una profondità rare, aprendoci una finestra sulla sua quotidianità e condividendo con noi una testimonianza che va ben oltre lo sport.
Il suo percorso è fonte di ispirazione, il suo atteggiamento un esempio, la sua energia qualcosa che lascia davvero il segno.
Se volete continuare a seguire il suo viaggio, conoscere meglio la sua storia e supportarla nel suo percorso, vi invitiamo a seguirla sul suo profilo Instagram:
👉 @theciagram


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