Ci sono momenti nella vita in cui un gesto apparentemente insignificante assume un peso enorme. Una domanda, una presenza, qualcuno che si accorge che non ci sei più. Per Samuele quel momento è arrivato sotto forma di un messaggio sul telefono: poche parole, inviate da una coach che da qualche tempo non lo vedeva più al box.

“Ciao Sambu, tutto bene? È da un po’ che non ti vedo al box, stai bene? Passa a trovarmi.”

Probabilmente chi lo ha scritto non poteva sapere quanto sarebbe stato importante. Per Samuele, però, quelle parole sono arrivate quando andare ad allenarsi, uscire di casa e persino stare in mezzo alle persone erano diventati difficili.

Il CrossFit era già entrato nella sua vita, ma fino a quel momento era stato soprattutto questo: uno sport, un allenamento, un modo per stare meglio fisicamente. Non sapeva ancora che sarebbe diventato anche qualcosa a cui aggrapparsi.

Oggi Samuele è un coach. Parla di allenamento, certo, ma quando gli chiedi cosa significhi per lui allenare qualcuno, molto presto i discorsi smettono di riguardare soltanto bilancieri, ripetizioni e performance. Per lui ci sono una persona prima dell’atleta, una storia prima del risultato e, qualche volta, una battaglia che nessuno riesce a vedere.

La sua è anche una storia che racconta il legame tra CrossFit e salute mentale: quanto lo sport, una community e il semplice sentirsi parte di qualcosa possano diventare un punto da cui ricominciare quando tutto sembra più difficile.

Per capire perché bisogna tornare indietro di qualche anno.

Prima del CrossFit c’era semplicemente Samuele

“Samuele era un ragazzo a cui piaceva divertirsi ed essere spensierato.”

È così che comincia a raccontarsi. Aveva diverse passioni e, crescendo, aveva iniziato a sentire il bisogno di occuparsi un po’ di più di se stesso. Voleva stare meglio, sentirsi più in salute, prendersi cura del proprio corpo. Il primo incontro con l’allenamento era avvenuto attraverso il bodybuilding, finché il suo percorso non lo aveva portato verso il CrossFit.

All’inizio non c’erano grandi significati nascosti dietro quella scelta. Il CrossFit era semplicemente un modo diverso di allenarsi. Entrava nel box, faceva il suo workout e tornava alla propria vita.

Poi quella vita ha cominciato a diventare sempre più difficile.

Samuele lavorava in un’azienda e racconta di aver vissuto un ambiente professionale nel quale si sentiva continuamente denigrato, trattato male e offeso. Una situazione che, giorno dopo giorno, ha iniziato a lasciare conseguenze molto più profonde di quanto probabilmente lui stesso avrebbe immaginato.

“C’è stato un anno particolare che ha cambiato radicalmente la mia vita, il mio modo di pensare e il modo in cui vedo il mondo.”

Le continue umiliazioni sul lavoro hanno cominciato a erodere la sua sicurezza fino a portarlo, racconta, in uno stato di depressione molto profondo.

“Sono arrivato a pensare veramente al peggio.”

Samuele non cerca di trasformare quel periodo in qualcosa che non è stato. Non lo racconta come una parentesi dalla quale un giorno si è semplicemente svegliato guarito. È durato a lungo. E quando una persona sta male anche le cose che prima sembravano normali possono diventare difficili.

Per lui, tra queste, c’era anche andare al box.

Quando anche entrare in palestra diventa difficile

Il CrossFit era arrivato nella vita di Samuele poco prima di quello che oggi definisce il suo “periodo buio”. Quando le cose hanno iniziato a peggiorare, però, ha cominciato lentamente ad allontanarsene.

Non perché non gli piacesse più.

Semplicemente, racconta, era diventato difficile avere interazioni, socializzare e stare in mezzo alle persone. Così gli allenamenti sono diventati sempre meno frequenti, fino quasi a sparire.

crossfit e salute mentale

Ed è proprio qui che entra nella storia quel messaggio. Non una grande dichiarazione. Nessun discorso motivazionale. Soltanto qualcuno che si era accorto della sua assenza.

“Ciao Sambu, tutto bene? È da un po’ che non ti vedo al box, stai bene? Passa a trovarmi.”

Samuele ricorda perfettamente l’effetto che quelle parole ebbero su di lui.

“Da lì la mia mente ha fatto uno switch.”

Tornò al box e ricominciò ad allenarsi. Questa volta, però, qualcosa era diverso. Cominciò a farlo con maggiore costanza e serietà, ma soprattutto iniziò a percepire tutto quello che esiste attorno a un allenamento e che spesso non compare sulla lavagna insieme al WOD del giorno.

Le persone. La voglia di stare insieme. Qualcuno che ti aspetta. Un coach che si accorge quando manchi. Il compagno che soffre accanto a te durante un workout e cinque minuti dopo scherza con te sul pavimento.

La community.

“Ho cominciato a sentire il calore e tutto quello che rende figo il mondo del CrossFit: community, voglia di stare bene e stare insieme. Il CrossFit mi ha aiutato a tirarmi fuori da una brutta situazione, grazie anche all’aiuto della community. È arrivato nel momento giusto.”

Non significa che un WOD possa sostituire il supporto necessario quando si affrontano depressione o pensieri suicidari. Ma il rapporto tra sport e salute mentale può assumere forme molto profonde. La storia di Samuele racconta proprio questo: lo sport può diventare uno dei luoghi nei quali ricominciare a sentirsi vivi.

Può restituire una routine quando tutto sembra essersi fermato, un obiettivo piccolo e concreto quando pensare al domani è troppo difficile, uno spazio in cui tornare a sentire il proprio corpo e, soprattutto, delle persone che si accorgono della tua presenza… o della tua assenza!

crossfit e salute mentale

CrossFit e salute mentale: quando qualcuno si accorge che non ci sei

Quando chiediamo a Samuele quale sia stato il vero punto di svolta, non ha bisogno di pensarci molto.

“Quel famoso messaggio mi ha dato la forza, il coraggio e la grinta per tirarmi fuori, svegliarmi e capire quanto realmente valevo.”

Forse è proprio qui che questa storia smette di riguardare soltanto Samuele.

Perché chi vive una fase di profonda fragilità può arrivare a convincersi di essere invisibile, di essere diventato un peso o che la propria presenza non faccia alcuna differenza. E invece, qualche volta, basta qualcuno che chieda: dove sei finito?

Non necessariamente perché quel messaggio possa risolvere tutto. Ma perché ricorda una cosa semplicissima: qualcuno si è accorto che non c’eri.

Samuele ha iniziato da lì. È tornato ad allenarsi e, passo dopo passo, ha cominciato a ricostruire anche la percezione che aveva di sé stesso. Quella sicurezza ritrovata ha finito per cambiare non soltanto il rapporto con il CrossFit, ma anche il resto della sua vita.

Fino a permettergli di prendere una decisione che qualche tempo prima probabilmente gli sarebbe sembrata impossibile: lasciare quel lavoro.

Dal bisogno di essere aiutato alla scelta di aiutare gli altri

“Dopo quel periodo presi più coraggio e autostima. Mi ha cambiato realmente, a tal punto che ho avuto il coraggio di lasciare il mio lavoro.”

Samuele aveva capito di non volersi più sentire come si era sentito in quegli anni. Voleva fare qualcosa che gli piacesse e, soprattutto, sentiva il desiderio di restituire almeno una parte di quello che aveva ricevuto.

Il CrossFit era stato uno degli elementi che lo avevano aiutato a rimettersi in movimento. Così ha deciso di provare a trasformare quella passione nel proprio lavoro.

“Dato che il CrossFit mi ha aiutato, volevo far capire al mondo la potenza di questa metodologia.”

Oggi il suo modo di essere coach nasce inevitabilmente dalla storia che porta sulle spalle. Non gli interessa lavorare esclusivamente sulla prestazione fisica.

“La mia idea di coaching è differente. Non lavoro solo sull’allenamento, ma anche su un’interazione emotiva con la persona. È molto più profondo il valore che do.”

Per Samuele imparare a completare un workout, affrontare una difficoltà, fallire una rep e riprovarci non sono esperienze che finiscono quando si esce dal box. Possono diventare strumenti attraverso cui una persona impara qualcosa di sé.

“Penso che il percorso dell’allenamento aiuti a prendere più sicurezza per affrontare la vita al di fuori. Il box aiuta a buttare fuori tutto e ad avere consapevolezza di quello che sta succedendo nel presente.”

Forse è proprio questo uno degli aspetti più potenti dello sport quando smette di essere soltanto performance. Ci insegna che la fatica non equivale necessariamente a una sconfitta. Che possiamo fermarci, respirare e poi ripartire. Che chiedere aiuto non significa essere più deboli. Che non sempre saremo i più forti, i più veloci o quelli che finiscono per primi, ma questo non toglie valore a ciò che stiamo facendo.

Dentro un box persone completamente diverse condividono per un’ora la stessa fatica. Ognuno con il proprio carico, il proprio livello, le proprie paure e magari anche con battaglie personali delle quali chi gli sta accanto non sa assolutamente nulla.

Samuele questo lo sa bene.

“La mia storia può assomigliare a quella di molte persone, soprattutto nella generazione di oggi. Penso che il CrossFit per certi versi mi abbia cambiato la vita. Io, per certi versi, voglio aiutare le persone a cambiare in meglio la loro, sia attraverso l’allenamento sia attraverso la relazione emotiva tra box e persona.”

Poi aggiunge una frase che riassume forse meglio di qualsiasi altra cosa ciò in cui crede:

“Il CrossFit salva la vita delle persone. Ci credo davvero.”

Nel suo caso, quella frase ha un significato estremamente concreto. Non parla soltanto di salute fisica. Parla di essere tornato in un luogo quando avrebbe voluto isolarsi, di aver trovato persone attorno a sé e di aver recuperato abbastanza fiducia da cambiare la propria vita.

È la sua esperienza. Ma il messaggio va oltre il CrossFit: lo sport può essere un appiglio.

Può diventare un posto sicuro, una routine, un obiettivo, una comunità. Può permetterci di conoscere persone che, magari senza rendersene conto, arrivano nella nostra vita proprio quando ne abbiamo bisogno.

A volte può perfino riportarci verso noi stessi.

crossfit e salute mentale

Se oggi davanti a lui ci fosse qualcuno che non crede più nella propria forza

A questo punto gli facciamo un’ultima domanda: Se davanti a lui ci fosse una persona che sta attraversando un momento difficile, una persona convinta di non essere abbastanza, cosa farebbe?

Samuele non risponde con un discorso preparato. La porterebbe ad allenarsi:

“Come prima cosa la farei allenare. Un bel WOD intenso, di quelli che ti strappano il fiato. Le farei buttare fuori tutto. Continuerei a farle fare fatica, ma allo stesso tempo le starei vicino e le farei capire che non è sola.”

Ed è qui che si comprende davvero che tipo di coach abbia deciso di essere.

Non quello che elimina la fatica. Quello che rimane mentre la attraversi.

“Alla fine del WOD la abbraccerei e le direi di continuare così. Le direi che non ha idea di quanta forza e di quanto coraggio abbia sotto quella struttura.”

Forse Samuele parlerebbe a quella persona come, anni fa, qualcuno ha parlato a lui. Non dicendogli che sarebbe stato tutto facile, ma ricordandogli che qualcuno si era accorto della sua presenza e che valeva ancora la pena provare.

Oggi porta con sé una frase che gli ha regalato la sua compagna, che definisce la sua sostenitrice. Per lui ha un valore enorme perché racchiude il modo in cui ha imparato ad affrontare la vita.

“Un passo dietro l’altro… fino all’ultima rep.”

Ed è difficile immaginare una frase più adatta alla sua storia.

Perché quando Samuele racconta quello che gli è successo non parla di un unico gesto eroico che ha cambiato tutto. Parla di un ritorno. Di un allenamento. Poi di un altro. Della decisione di lasciare un lavoro. Della scelta di diventare coach. Della volontà, oggi, di esserci per qualcun altro.

Un passo dietro l’altro.

È forse questo che lo sport sa insegnare meglio di tante altre cose: davanti a qualcosa che sembra troppo grande non dobbiamo necessariamente sapere già come arrivare alla fine.

Dobbiamo occuparci della prossima rep.

Poi della successiva.

E qualche volta, mentre siamo concentrati semplicemente a fare quel passo, scopriamo di essere arrivati molto più lontano di quanto pensassimo possibile.

Per Samuele il CrossFit è stato questo: non soltanto uno sport, ma uno dei luoghi attraverso cui ha ritrovato se stesso. E oggi, dall’altra parte della lavagna, prova a fare in modo che qualcun altro possa trovare la stessa cosa.

Perché a volte lo sport allena un corpo….altre volte aiuta una persona a tornare alla vita.


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